II - Da Bordiga a Gramsci (1921-1926)
Nel maggio del 1921 si tennero le elezioni politiche e i comunisti si presentarono con una lista autonoma[1] che raccolse solo 300.000 voti e 15 Deputati; il PSI, invece, conservò quasi intatta la propria forza elettorale riportando 1.600.000 voti (122 seggi). Questo appuntamento fu contrassegnato da azioni di disturbo da parte dei fascisti che cercarono di non far votare molti socialisti e comunisti. Contro il dilagare dello squadrismo fascista nacquero gli “Arditi del popolo”, movimento che si dichiarava “apolitico”, ma di cui facevano parte molti socialisti e alcuni comunisti. La linea molto settaria del PCI di Bordiga, che vietò ai suoi iscritti di partecipare al movimento, impedì il crescere di quell’esperienza, che fallì miseramente. Nel II Congresso del PCI del 1922, che si tenne a Roma, fu confermata la linea di Bordiga, fondata sulla esclusione di qualsiasi tipo di accordo con i socialisti, e questo provocò, anche a causa della scissione dell’ala riformista del PSI, i primi attriti con l’Internazionale, la quale pose con forza il tema della riunificazione con il PSI di Serrati.
Intanto il Fascismo con la “marcia su Roma” dell’ottobre 1922 si insediò, con il silenzio assenso della Corona, al potere e Antonio Gramsci si rese conto che la politica di Bordiga, che aveva condotto all’isolamento del Partito, andava superata[2]. Il PCI, infatti, si trovava in quel momento in rottura sia con l’Internazionale comunista sia con le altre forze della sinistra italiana. Fu in questo contesto che Gramsci cominciò a lavorare per un cambio di maggioranza all’interno del Partito e, con l’appoggio dell’Internazionale, fondò il gruppo cosiddetto “di centro”, che si contrapponeva alla “destra” di Tasca e soprattutto alla “sinistra” di Bordiga.
Bordiga ebbe ancora la maggioranza alla Conferenza organizzativa clandestina del 1924, ma il peso politico del centro era in crescita, come dimostrò la scelta di presentarsi alle elezioni politiche del 1924 con un’unica lista insieme ai socialisti vicini alla Terza Internazionale. L’ingresso nel PCI dei cosiddetti “terzini”, tra cui Giuseppe Di Vittorio, segnò un passaggio rilevante nel rafforzamento del Partito.
Alle elezioni del 1924, svoltesi con la legge Acerbo, il PCI ottenne un risultato di tenuta, nonostante la repressione fascista. I crimini del regime culminarono però con l’assassinio di Matteotti, evento che aprì nuovi spazi di manovra politica. In questo contesto si colloca la “bolscevizzazione” del Partito, lanciata nel V Congresso dell’Internazionale Comunista, che portò a una riorganizzazione profonda basata sulle cellule e sul nuovo ruolo dei militanti.
Il definitivo passaggio di consegne da Bordiga a Gramsci avvenne con il III Congresso del PCI di Lione del 1926, dove la larga maggioranza dei delegati approvò le cosiddette “Tesi di Lione”, autentico punto di svolta nella storia del Partito, fondate sull’alleanza tra classe operaia del Nord e contadini del Mezzogiorno.
Il compito del Partito era quello di organizzare e mobilitare queste forze verso obiettivi transitori che conducessero all’insurrezione e alla dittatura del proletariato[6]. In questo quadro Antonio Gramsci colse per primo i rischi derivanti dagli scontri interni al Partito comunista russo dopo la morte di Lenin, intuendo con largo anticipo le conseguenze della vittoria di Stalin[7].
[1] In queste elezioni Bordiga non fu candidato in quanto sosteneva l’inutilità di una sua elezione in Parlamento. Ecco un primo esempio del “settarismo” bordighista.Cfr. Pistillo “Pagine di storia del Partito Comunista Italiano”, Piero Lacaita Editore.
[2] Cfr. Togliatti op. cit.
[3] Cfr. Spriano “Storia del Partito Comunista Italiano”, Einaudi.
[4] Cfr. Agosti op. cit.
[5] Cfr. Gramsci nel saggio “cinque anni di vita del Partito”. Il discorso è stato tratto da “I comunisti e l’unità della classe operaia” a cura della Sezione Centrale scuole di Partito del Pci.
In questo prezioso scritto Gramsci ricostruisce i primi cinque anni di vita del Partito. Gramsci rivendica la necessità della scissione dal Psi, ma ammette le difficoltà che il Pci ha avuto nei suoi primissimi anni di vita, giustificandole con le crisi acutissime della borghesia e del movimento operaio.
Dopo una breve analisi dei primi anni dl Pci, Gramsci procede nel descrivere “il nuovo corso del Partito”, l’importanza del III Congresso, il valore politico, i risultati e gli obiettivi fondamentali.
[6] Cfr. Agosti op cit.
[7] Cfr. Spriano “Intervista sulla storia del Pci a cura di Simona Colarizi”